S.E. G. Betori - L'omelia nella Messa di insediamento

Testo integrale dell'omelia pronunciata dall'arcivescovo di Firenze mons. Giuseppe Betori nel corso della Messa di insediamento nella cattedrale di S. Maria del Fiore, domenica 26 ottobre 2008

mons. Betori durante la celebrazione1. Il segreto di ogni autentica esperienza di fede e conseguentemente di ogni vera azione pastorale è mettersi e restare sotto la parola di Dio. Dall’ascolto della Parola dovremo prendere quindi le mosse per il cammino da fare insieme come popolo di Dio che forma la sua Chiesa pellegrina nel territorio fiorentino. Un ascolto che non ci fa estranei al mondo, perché quella che riceviamo è una Parola detta in parole di uomini, nei testi che ce la consegnano e nell’annuncio che deve oggi ridirla. Il che ci conduce a un dialogo che vuole essere apertura a tutte le voci dell’umanità, con una particolare attenzione alle tracce culturali che possono aiutarci a comprendere le parole del passato e a decifrare i segni del presente. È la Chiesa a donarci la Parola, quale espressione della consapevolezza che essa ha di sé nella storia; è la Chiesa ad attestarne l’autenticità, a determinarne i confini e a delineare l’orizzonte che permette di interpretarla. Ma la Chiesa sa di essere stata essa stessa generata dalla Parola, e da questa continuamente attinge il nutrimento. Dalla Chiesa ne accogliamo anche la sapiente scansione secondo l’anno liturgico, che in questa domenica ci propone una ben nota pagina del vangelo di Matteo (Mt 22,34-40).

Gesù si inserisce nel dibattito sul senso della Legge in atto al suo tempo, ne raccoglie le linee fondamentali, ma nel contempo lo innova completamente. Egli ribadisce anzitutto con forza il primato di Dio sull’uomo, secondo una linea che accomuna l’ebraismo alle grandi esperienze religiose di ogni tempo: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento». Sappiamo come un’accentuazione unilaterale di tale principio si presti alla facile accusa di alienazione, ma anche alla deriva nello spiritualismo, nelle sue varie forme. Sono pericoli di sempre, oggi non meno di ieri, facilitati come sono da correnti culturali che vorrebbero confinare lo spazio religioso alla periferia della vita, in un intimismo indefinito, e la fede ridotta alla marginalità sociale.
Di qui lo stretto legame che Gesù instaura tra il divino e l’umano; aggiunge infatti: «Il secondo [comandamento] poi è simile a quello [al primo]: Amerai il tuo prossimo come te stesso». Anche questa dimensione, presa da sola, può essere foriera di degenerazioni. Propiziate dagli umanesimi atei, esse hanno drammaticamente segnato il secolo da poco concluso. Non che le minacce dell’idolatria dell’umano ci abbiano abbandonato. Oggi per lo più rivestono i panni seducenti di scienze e tecnologie che si propongono come capaci di superare ogni limite. Da questa tentazione prometeica che rischia di portarci alla catastrofe, perché priva di criteri e di consapevolezze, può salvarci solo la connessione che, per l’appunto, Gesù istituisce tra il divino e l’umano, invitandoci a scoprire nell’immagine di Dio il volto del Padre di tutti e nel volto di ogni uomo il riflesso dell’immagine del Creatore.
2. Le parole di Gesù, ponendo i due precetti nel solco dell’unico comandamento, ci inducono a una riflessione sulla responsabilità che, come Chiesa, abbiamo di proporre un annuncio e una testimonianza davvero significativi. Non diversamente che nell’epoca d’oro di questa città, ciò che è in questione, infatti, è di nuovo l’uomo. Il grandioso contributo dato da Firenze alla storia del mondo è stato significativamente condensato nel termine “umanesimo”. L’accento è posto sul cammino compiuto per dare risposta agli interrogativi umani più radicali, eppure in sintonia con la figura piena della fede, che mai è alienazione dell’umano stesso, bensì suo orientamento verso le istanze più profonde e apertura a orizzonti ulteriori rispetto agli stessi desideri.
Non diversa è la svolta epocale che ci troviamo a vivere oggi, quando i nuovi scenari aperti dalle scienze e dalle tecnologie esigono che il volto dell’uomo si stagli con maggiore nettezza. Anche in questo tempo la Chiesa sa di avere una parola di certezza e di speranza da offrire in tale ricerca, ed è pronta a condividere una visione della persona e della convivenza sociale su cui, perché razionalmente plausibile, anche chi non crede possa convenire, nella ricerca del bene comune. Si incunea qui, in ultima analisi, il senso di ogni “progetto culturale” cristianamente ispirato, che non a caso pone al suo centro proprio la questione antropologica. Su tale versante la Chiesa di Firenze ha una sua specifica vocazione, cui non mancherà di rispondere.
3. L
a parola di Gesù non solo ci richiama a non separare le ragioni di Dio da quelle dell’uomo, ma ci offre anche, come chiave di questo orientamento, la categoria dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio… Amerai il tuo prossimo…». Il legame che ci unisce a Dio e quello che ci unisce ai fratelli è e non può che essere un legame di amore. Ciò esclude sia la sudditanza che depersonalizza sia lo sfruttamento che asservisce. La realtà dell’amore, lo sappiamo, è quanto di più profondo la rivelazione ha saputo dirci a riguardo del mistero stesso di Dio. Siamo però anche consapevoli di come sia facile banalizzarlo fino a svilirlo, riducendolo a vago sentimento o a prassi solidaristica. In realtà, proprio il fatto che l’amore non ci dice qualcosa di Dio ma chi Dio è – «Dio è amore» (1Gv 4,8) –, ci dovrebbe far capire che l’invito all’amore fatto a noi da Gesù non rimanda semplicemente a un atteggiamento da assumere o a un’azione da intraprendere, ma è inscritto nell’intimo di ogni uomo e ogni donna, perché ha la sua radice nella realtà stessa delle persone divine. Non è forse questo il messaggio più profondo che il Santo Padre ha affidato alla sua prima enciclica Deus caritas est?
Il realismo e la concretezza storica dell’amore evangelico ha un riscontro anche nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 22,20-26). Il precetto dell’amore non plasma soltanto i rapporti interpersonali, ma incide sulle strutture sociali. Il comandamento dell’amore ci fa responsabili nella costruzione di un ordine giusto nella società, con particolare predilezione per i deboli e i poveri: penso non solo alle povertà materiali ma anche a quelle dello spirito, all’emarginazione sociale e all’aggressione portata alla vita nel suo sorgere e al suo tramonto, al diritto a un lavoro dignitoso e alla protezione della famiglia, specie quando è in difficoltà. La ricerca del bene comune non è estranea a questo orizzonte evangelico, ma ne costituisce la proiezione ultima, chiedendo ai credenti di impegnarsi in prima persona nell’azione sociale e nella vita politica. Sarà doveroso domandarci in che modo la nostra comunità ecclesiale possa porsi oggi a servizio della città, non per imporre sul piano civile una visione religiosa, ma per illuminare con la forza della fede la comune ricerca di ciò che è bello, vero e giusto.
4. Tutto questo senza che il Vangelo scada a progetto sociale, mantenendo invece il suo essere dono di grazia ed esperienza di risurrezione. In tal senso va colto il collegamento tra la pagina evangelica e la seconda lettura (1Ts 1,5c-10), in cui l’apostolo Paolo fa memoria con i cristiani di Tessalonica degli inizi della predicazione in quella città, ricordando loro come l’accesso alla fede passi attraverso la rinuncia agli idoli e il riconoscimento del «Dio vivo e vero», rivelato nella persona di Gesù, redentore e giudice del mondo. Siamo così ricondotti a una comprensione dell’amore che è inscindibile dall’incontro personale con Gesù e, attraverso di lui, mediante l’azione dello Spirito, con il Padre. Solo in questa esperienza è possibile cogliere la natura propria dell’amore e trovare la sorgente a cui alimentare il nostro amore. Non diversamente ha parlato il Santo Padre nel recente viaggio apostolico in Francia, quando ricordava come la nostra civiltà, nelle sue istanze umanistiche più autentiche, sia nata proprio da una ricerca di Dio che, per trovare l’oggetto del suo desiderio, ha avuto bisogno di dipanare le lingue come pure le opere, e quindi le culture, dell’uomo, fondando di riflesso una figura dell’umano più profonda e piena.
Cercare Dio è la strada più efficace e sicura per servire l’uomo. Non abbiamo bisogno di inventare altri programmi per il nostro cammino. Il programma ci è già dato: se cercheremo autenticamente Dio, e quindi se lo cercheremo nel volto del suo Figlio Gesù, avremo imboccato la strada della comunione tra noi e del servizio nella costruzione della città degli uomini. In questo cercare Dio e solo Dio so di farmi eco del magistero di uno dei figli illustri di questa Chiesa, don Divo Barsotti. Dalla sua testimonianza e da quella degli altri grandi cattolici del suo tempo – e avendo appena parlato di carità e di città degli uomini non possiamo non ricordare don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira – abbiamo ancora molto da imparare.
5. Siamo ben consapevoli del fatto che la Chiesa cammina nel tempo, chiamata a rendere una testimonianza credibile al Risorto, e pur fatta di uomini che, protesi alla virtù, restano segnati dal peccato. Il che è vero per ciascuno di noi e anche per la nostra Chiesa fiorentina. Sappiamo i nostri limiti nella disattenzione nei confronti della Parola del Signore, nella confusione che si propaga attorno alla verità su Dio e sull’uomo, nella distrazione e approssimazione delle nostre assemblee liturgiche, nell’egoismo che inaridisce il servizio ai poveri, nell’inganno che avvelena i rapporti tra le persone e offusca il nostro sguardo verso il Signore, nello scandalo nei riguardi del prossimo, specialmente quando a patirne le conseguenze sono i più piccoli.
Ciascuno è chiamato a rispondere personalmente delle proprie colpe di fronte alla comunità ecclesiale e alla società. Ma se queste cose accadono, è anche perché l’attenzione e la vigilanza di tutti si sono in qualche modo affievolite. Ognuno di noi, e io per primo, secondo il proprio ruolo e responsabilità, siamo chiamati a impegnarci attivamente a risalire la china, in un percorso di purificazione che non ammette alibi.
Non siamo però scoraggiati né vinti, perché l’affidarsi al Signore è già l’inizio di una rigenerazione che solo lui può operare. Né d’altra parte possiamo dimenticare i tanti segni, noti e ignoti, di novità evangelica che costellano la storia di questa Chiesa e il suo presente: la franchezza dell’annuncio, la ricerca della verità, la solidarietà verso gli ultimi, la lode al Signore, la creazione del bello attraverso l’arte. Su questi semi di bene possiamo costruire un futuro pieno di speranza per tutti.
6. In questa splendida Cattedrale arriva oggi un nuovo Arcivescovo, che vi chiede sommessamente di aprirgli il cuore e di stringervi a lui in un abbraccio di comunione. Passano le figure umane, ma sempre lo stesso è il «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20), Cristo Signore. Di questo unico Pastore i vescovi sono il segno, ciascuno con la propria umana limitatezza, tutti con l’aspirazione, che è un dovere, di rendere concretamente percepibile l’amore di Dio per ogni uomo. È un servizio che il vescovo non svolge da solo, ma, aiutato qui dal vescovo ausiliare, nella comunione del presbiterio e con il sostegno dei diaconi: sono certo che tutti non mi faranno mancare il loro sostegno convinto, di cui è segno la carità fraterna con cui mi hanno accolto. Con loro il mio pensiero va ai consacrati e alle consacrate, la cui vita ci richiama all’assoluto del Regno. E, infine, ma non da ultimi, lo sguardo del cuore si posa sui fedeli laici, uomini e donne, testimoni del Vangelo nelle vicende di un mondo sempre più complesso.
Il servizio del vescovo si realizza nella comunione con gli altri pastori, in specie quelli che servono le Chiese del medesimo territorio. Il mio saluto va quindi anche ai fratelli vescovi che mi circondano in questo momento, con particolare affetto e impegno di comunione e collaborazione ai vescovi della Toscana.
Nella successione di questo servizio pastorale mi inserisco invocando la protezione dei santi che hanno servito il Vangelo su questa cattedra, i nostri patroni Zanobi e Antonino, grato per l’azione apostolica dei miei predecessori più vicini nel tempo, il card. Ennio Antonelli e il card. Silvano Piovanelli, senza dimenticare l’opera di chi ci ha lasciato, dal card. Giovanni Benelli, di cui proprio oggi ricorre l’anniversario della morte, al card. Ermenegildo Florit fino al servo di Dio card. Elia Dalla Costa.
Dai nostri santi patroni la memoria si allarga a tutti i santi della storia di questa Chiesa, invocando la loro intercessione. Penso ai grandi santi dei tempi passati, ma anche alle figure che hanno illuminato della loro santità il secolo scorso e le cui virtù singolari auspichiamo possano essere presto riconosciute dalla Chiesa. Al vertice di questa corona di intercessori sta la Vergine Maria. Dal santuario dell’Annunziata ho voluto iniziare il mio cammino tra voi e con voi, dopo aver visitato due luoghi della fragilità e della sofferenza. A Maria mi affido e ci affidiamo, per dire ogni giorno anche noi al Signore il nostro: «avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Fratelli e sorelle carissime, in questo mio primo incontro con voi nell’atto supremo dell’Eucaristia ho preferito non proporre indicazioni pastorali: avrò modo di conoscere meglio la realtà fiorentina e di tracciare con il vostro aiuto le linee del cammino futuro. Ho inteso piuttosto ribadire il primato di Dio, della sua conoscenza e amicizia, da ricercare nel volto del suo Figlio Gesù, Parola di vita per l’uomo. Parimenti ho cercato di dirvi come per fare Chiesa sia oggi necessario edificarci nella comunione, secondo l’azione dello Spirito, e dare frutti di testimonianza che esprimano la verità e la novità del Vangelo per ogni uomo. È questo l’orizzonte del mio servizio tra voi e per voi. Aiutatemi a far sì che la mia umanità non veli, ma al contrario renda manifesta la grazia del Signore. Come fece Paolo per gli anziani di Efeso, con la vostra preghiera affidatemi «a Dio e alla parola della sua grazia» (At 20,32). Amen.
+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze
Firenze, 26 ottobre 2008