lunedì 10 agosto 2020
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Mons. BETORI - L'omelia nella messa di insediamento
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2. Le parole di Gesù, ponendo i due precetti nel solco dell’unico comandamento, ci inducono a una riflessione sulla responsabilità che, come Chiesa, abbiamo di proporre un annuncio e una testimonianza davvero significativi. Non diversamente che nell’epoca d’oro di questa città, ciò che è in questione, infatti, è di nuovo l’uomo. Il grandioso contributo dato da Firenze alla storia del mondo è stato significativamente condensato nel termine “umanesimo”. L’accento è posto sul cammino compiuto per dare risposta agli interrogativi umani più radicali, eppure in sintonia con la figura piena della fede, che mai è alienazione dell’umano stesso, bensì suo orientamento verso le istanze più profonde e apertura a orizzonti ulteriori rispetto agli stessi desideri.
Non diversa è la svolta epocale che ci troviamo a vivere oggi, quando i nuovi scenari aperti dalle scienze e dalle tecnologie esigono che il volto dell’uomo si stagli con maggiore nettezza. Anche in questo tempo la Chiesa sa di avere una parola di certezza e di speranza da offrire in tale ricerca, ed è pronta a condividere una visione della persona e della convivenza sociale su cui, perché razionalmente plausibile, anche chi non crede possa convenire, nella ricerca del bene comune. Si incunea qui, in ultima analisi, il senso di ogni “progetto culturale” cristianamente ispirato, che non a caso pone al suo centro proprio la questione antropologica. Su tale versante la Chiesa di Firenze ha una sua specifica vocazione, cui non mancherà di rispondere.
3. L
a parola di Gesù non solo ci richiama a non separare le ragioni di Dio da quelle dell’uomo, ma ci offre anche, come chiave di questo orientamento, la categoria dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio… Amerai il tuo prossimo…». Il legame che ci unisce a Dio e quello che ci unisce ai fratelli è e non può che essere un legame di amore. Ciò esclude sia la sudditanza che depersonalizza sia lo sfruttamento che asservisce. La realtà dell’amore, lo sappiamo, è quanto di più profondo la rivelazione ha saputo dirci a riguardo del mistero stesso di Dio. Siamo però anche consapevoli di come sia facile banalizzarlo fino a svilirlo, riducendolo a vago sentimento o a prassi solidaristica. In realtà, proprio il fatto che l’amore non ci dice qualcosa di Dio ma chi Dio è – «Dio è amore» (1Gv 4,8) –, ci dovrebbe far capire che l’invito all’amore fatto a noi da Gesù non rimanda semplicemente a un atteggiamento da assumere o a un’azione da intraprendere, ma è inscritto nell’intimo di ogni uomo e ogni donna, perché ha la sua radice nella realtà stessa delle persone divine. Non è forse questo il messaggio più profondo che il Santo Padre ha affidato alla sua prima enciclica Deus caritas est?
Il realismo e la concretezza storica dell’amore evangelico ha un riscontro anche nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 22,20-26). Il precetto dell’amore non plasma soltanto i rapporti interpersonali, ma incide sulle strutture sociali. Il comandamento dell’amore ci fa responsabili nella costruzione di un ordine giusto nella società, con particolare predilezione per i deboli e i poveri: penso non solo alle povertà materiali ma anche a quelle dello spirito, all’emarginazione sociale e all’aggressione portata alla vita nel suo sorgere e al suo tramonto, al diritto a un lavoro dignitoso e alla protezione della famiglia, specie quando è in difficoltà. La ricerca del bene comune non è estranea a questo orizzonte evangelico, ma ne costituisce la proiezione ultima, chiedendo ai credenti di impegnarsi in prima persona nell’azione sociale e nella vita politica. Sarà doveroso domandarci in che modo la nostra comunità ecclesiale possa porsi oggi a servizio della città, non per imporre sul piano civile una visione religiosa, ma per illuminare con la forza della fede la comune ricerca di ciò che è bello, vero e giusto.

 
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