Un caro saluto a tutti voi, carissimi, “ Grazia e benedizione da Dio ”.
Questo Tempo di Pasqua sta per giungere al termine e la Chiesa fa festa per la solennità dell’Ascensione. Il Cristo Risorto torna al Padre, un saluto, un ultimo sguardo, e la partenza: dunque, cosa c’è da festeggiare? Umanamente il distacco da una persona che si è amata tanto è la più triste delle esperienze ma la gioia alla quale sono chiamati i cristiani oggi dice bene quale nuovo rapporto con Gesù nasca proprio in virtù della sua Ascensione al cielo. Egli scompare fisicamente alla vista, si sottrae ai sensi umani dei discepoli ma non viene meno alla promessa fatta “sarò con voi fino alla fine del mondo”. E’ un modo nuovo di stare insieme, ce lo ha ripetuto nelle domeniche scorse con l’invito a rimanere in Lui, nel suo amore. Un rapporto meno umano e più divino, che equilibra in noi la nostra duplice natura e questo basta ad infondere nel cuore la gioia di una divinità riscoperta. Gesù aveva abbracciato completamente l’umanità scendendo sulla terra, ora mantenendo quello stesso abbraccio la porta con sé al cielo, nel cuore del Padre, nella luce di Dio che la riveste della sua divinità. Come avremmo potuto noi raggiungere Dio Padre se non attraverso l’abbraccio fecondo di Gesù e il suo ritorno al cielo? Come potremmo dire di aver assunto la divinità se non attraverso questa solennità? Fa tenerezza l’esigenza umana dei discepoli che cercano certezze e sicurezze domandando a Gesù “Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?”. Ci intenerisce perché ci rispecchiamo in questa urgenza tutta umana di voler sapere, di voler conoscere cosa accadrà domani, quale progetto si realizzerà, quale desiderio si concretizzerà e quando tutto ciò avverrà. Ebbene oggi Gesù chiarisce i ruoli dicendoci che non spetta a noi conoscere i tempi che il Padre ha scelto. Non è in questo che dobbiamo impiegare il tempo della nostra vita! Sarebbe tempo perso. Come perso è il tempo di chi seduto a braccia conserte fissa il cielo in atteggiamento di rimpianto, di attesa miracolosa, di totale inattività come se questa vita ci fosse stata data per subire gli eventi, per pensare ad un passato che non verrà più o per attendere un futuro dai contorni offuscati e non invece per essere protagonisti nella costruzione del regno di Dio, per assumere pienamente la nostra vocazione. Vocazione che, come dice San Paolo, tutti abbiamo ricevuto: il Signore per ognuno di noi ha pensato ad una vocazione, sta a noi rimboccarci le maniche, restare con i piedi per terra, posare lo sguardo su chi ci sta accanto e viverla e realizzarla in maniera degna. La testimonianza nostra deve realizzarsi nella volontà di ricercare l’unità, la comunione, l’amore nella comunità, per mezzo del vincolo della pace, scrive San Paolo. Questa è la nostra missione: edificare il corpo di Cristo, e come il corpo è uno solo, uno deve essere il nostro cammino verso di Lui. Con le differenze che ci contraddistinguono, è chiaro, ma con l’unico amore in grado di trasformare il male in bene, il brutto in bello, la falsità in verità, la discordia in concordia. Gesù sale al cielo a prepararci un posto e salendo “porta con sé i prigionieri”. Prigionieri siamo noi tutti quando restiamo incatenati ai vizi umani, quando le sbarre dell’odio mi dividono da mio fratello, quando sento il peso delle catene del mio peccato e penso che non potrò mai più rialzarmi: Gesù sale al cielo portandomi con sé dinanzi al Padre, sale non per se stesso ma per me, mi libera dalla prigionia interiore che mi fa essere triste, angosciato, senza speranza, che non fa bene né a me né agli altri. Gesù scompare ma qualcosa di ancora più grande appare: i cieli si aprono, viene tracciata quella strada verso Dio che gli occhi umani non vedono ma gli occhi del cuore e della fede scorgono. E come quando una persona cara non c’è più, ma noi la teniamo viva parlandone, conservandone costantemente il ricordo, non dimenticando ciò che ha fatto e detto, molto più è così per Gesù: i discepoli che lo amarono tanto ora devono testimoniare che Egli è vivo, devono parlare per Lui, camminare per Lui, guarire per Lui. “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono” dice Gesù prima di ascendere al cielo: vivere di Cristo, per Cristo, come se fossimo Cristo è la vita di ciascuno di noi. Quindi capiamo bene come l’Ascensione sia la nostra festa, la festa di un Dio che ci incoraggia, sia non la fine ma l’inizio di un percorso che ci vuole protagonisti, testimoni vivi del Cristo Risorto. Il Signore punta tutto su noi, affida il mondo alle cure dei nostri cuori e si fida del buono che c’è in noi, sebbene peccatori. Qualche volta sbaglieremo, altre volte non ci riusciremo, ma non perdiamo mai la fiducia nel seme di amore che è in noi e vuole crescere. Crediamoci un po’ di più! Verrà sempre lo Spirito Santo a placare le tempeste, a proteggere quel seme che diventerà frutto abbondante. Buona festa a tutti!
Nel sangue di Cristo, fraternamente vi abbraccio.
Don Luigi DE FAZIO CPPS e la Comunità dei Missionari.
Ascensione del Signore, 20 Maggio 2012